ARCHIVIO - Intervento del ministro Paola Severino sulla dignità delle donne e parità dei diritti - 19 novembre 2012
aggiornamento: 19 novembre 2012
Intervento del ministro Paola Severino sulla dignità delle donne e parità dei diritti - Università LUISS Guido Carli Aula Magna “Mario Arcelli”
Ho accolto con molto piacere l’invito ad essere qui oggi, per portare il mio contributo di Ministro della Giustizia, di docente di diritto e di donna, ad una iniziativa che ritengo estremamente apprezzabile, perché si propone l’ambizioso obiettivo di favorire il dibattito su valori tanto importanti quali la dignità e la parità dei diritti delle donne.
Si tratta di principi tutelati, oltre che nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e nella Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, anche nella Carta Costituzionale.
I popoli d’Europa, nel creare un’unione sempre più stretta tra loro, hanno deciso di salvaguardare e promuovere gli ideali ed i principi che costituiscono il loro patrimonio comune, del quale fanno parte anche i valori indivisibili ed universali della dignità umana, della libertà, della parità dei diritti, della solidarietà, dando vita ad uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia.
Dignità delle donne e parità dei diritti, il focus del dibattito.
La dignità della persona umana non è soltanto un diritto assoluto ma costituisce la base stessa dei diritti fondamentali.
Si tratta del valore che ogni persona possiede – dovrebbe possedere - per il semplice fatto di esistere, ciò che la qualifica come individuo unico e irripetibile. Una condizione piena e non graduabile di ogni essere umano, che sia donna, uomo, fanciullo, anziano. Essa risulta inscindibilmente connessa al principio della parità e dell’uguaglianza, sancito dall’art. 3 della Costituzione.
Considerata l’ampiezza dei valori della dignità e della parità dei diritti, essi si espongono a molteplici forme di incisione.
La cronaca quotidiana ci presenta troppo spesso le donne come deboli, esposte ad abusi e prive cioè di voce, di difese “sociali”. Il fenomeno non ha un volto specifico ed è spesso difficile percepire - perchè taciuto - affrontare, risolvere.
Parità di diritti tra uomini e donne, l’altra faccia della medaglia.
I concetti di parità di genere e di pari opportunità costituiscono un corollario necessario del generale principio di uguaglianza, che la nostra Costituzione sancisce e tutela in diverse norme: penso all’art. 3, non solo vietando ogni discriminazione in ragione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali, ma prescrivendo in positivo la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Penso ancora all’art. 51 che riconosce, con riferimento alle cariche elettive e agli altri uffici pubblici, il diritto del cittadino di accedervi in condizioni di eguaglianza, richiedendo alla Repubblica di promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.
Il fatto che la Costituzione menzioni espressamente il principio della uguaglianza tra donne e uomini nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive e che addirittura il legislatore costituzionale recentemente (nel 2003) abbia ritenuto necessario intervenire sul punto dimostra come la scarsa presenza femminile nei luoghi della rappresentanza politica e nelle istituzioni sia ancora oggi un problema da risolvere.
Il tema ha rilievo anche sovranazionale: l’art. 23 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea prevede che la parità tra uomini e donne debba essere assicurata in tutti i campi – quindi anche in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione – e che il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.
In attuazione di tali principi e aderendo all’invito del Parlamento Europeo, l’Italia ha negli ultimi anni adottato alcuni importanti interventi normativi nel percorso finalizzato a promuovere una equilibrata presenza di genere nelle organizzazioni private, come nelle istituzioni pubbliche.
Pur non condividendo, in astratto, l’approccio normativo per categorie di genere, non posso non esprimere l’auspicio che si prosegua sulla strada della promozione di una equilibrata presenza del genere femminile nelle posizioni apicali dell’economia, con interventi efficaci, perché le donne sono una risorsa preziosa. La loro presenza può avere un impatto positivo sulla produttività e sulla crescita sostenibile ed equa del Paese.
So bene che questo è considerato un tema d’elite quando affrontiamo la questione femminile; ma è un tema che merita riflessione perché più donne meritevoli ci sono in posizioni apicali, nel pubblico come nel privato, più possibilità ci sono di affrontare alcune questioni sociali con una prospettiva nuova, non assistenzialistica né protezionistica, ma più articolata, ricca, inclusiva.
In questi mesi di mandato ho incontrato donne straordinarie che, senza sensazionalismi, in realtà territoriali svantaggiate, tutt’latro che elitarie, hanno realizzato progetti imprenditoriali di grande interesse e meritevoli di attenta considerazione: penso, da ultimo, ad una società - la Coelmo di Napoli – in cui l’imprenditrice ha costruito l’intera catena di gestione della sua impresa pensando e valorizzando le diversità di genere e che ha addirittura certificato un modello di gestione per le pari opportunità.
Ai giovani chiedo di guardare a questi modelli perché è da qui che parte il loro futuro. Chiedo, però ai giovani anche di non dimenticare quelle realtà, come il carcere, in cui in cui dignità, diritti e parità, si declinano in modo tutto particolare.
Come Ministro della Giustizia, nel corso di questo anno, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con la realtà delle carceri italiane, che sono una prospettiva straordinaria per osservare – potrei dire, per capire - il tema della dignità umana e della parità dei diritti.
Difficile parlare di dignità, di pari “opportunità”, in contesti nei quali si assottigliano, per tutti, anche i diritti basilari.
Ebbene, credo che ai ragazzi debba essere raccontato che il carcere non è solo luogo di espiazione ma anche di rieducazione, in cui chi ha sbagliato deve essere messo nelle condizioni di poter tornare ad essere titolare di una esistenza produttiva, dignitosa.
La situazione delle carceri italiane è di assoluta emergenza, in primo luogo a causa del sovraffollamento; in una situazione di emergenza, i diritti sembrano declinarsi in modo diverso e noi dobbiamo fare di tutto non solo perché ciò non avvenga, ma perché ciò non appaia normale, accettabile.
La dignità delle donne, ad esempio, nella vita in carcere deve essere garantita anche nella condizione particolare della maternità, ciò sia per il bene della donna che per il bambino.
Il rischio di compromettere il fisiologico sviluppo delle relazioni tra la madre e il proprio bambino è forte. Nei primi anni di vita il bambino ha bisogno di avere la propria mamma vicino, esige un contatto continuo, fisico, fatto di abbracci, di carezze, di tenerezza, indispensabili per sua crescita emotiva.
Questa è la ragione per la quale l’Ordinamento penitenziario consente alle madri detenute, che non possono usufruire di percorsi alternativi alla detenzione, di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni.
Il carcere, tuttavia, appare un luogo incompatibile con le esigenze di socializzazione e di corretto sviluppo psico-fisico del bambino, che potrebbe soffrire disturbi legati al sovraffollamento, alla mancanza di spazio, alla carenza di socializzazione, che incidono sullo sviluppo emotivo e cognitivo del bambino, per la circostanza di vivere in carcere.
L’unica soluzione praticabile sembra poter essere individuata nella attivazione di sistemi alternativi al carcere per le donne incinte e madri; una recente legge (21 aprile 2011, n. 62) ha introdotto nuove modalità di esecuzione delle misure della custodia cautelare in carcere, potendo queste essere eseguite presso istituti a custodia attenuata per detenute madri, sul modello dell’ICAM di Milano e su quello, in fase di avvio, di Venezia, e degli arresti domiciliari, anche in case famiglia protette.
Occorre, adesso, proseguire sulla strada intrapresa, al fine di attivare nuove strutture idonee ad accogliere le madri detenute con i loro bambini, in un ambiente familiare, nel tentativo di non pregiudicare il diritto fondamentale di ogni donna alla maternità e di ogni bambino ad essere tale.
Voglio concludere con il ribadire il mio apprezzamento nei confronti del Progetto “Quale Europa per i giovani?”, per l’importante opera di sensibilizzazione e di in-formazione sui valori della cittadinanza, del rispetto reciproco, del confronto costruttivo delle idee e della Giustizia che sta portando avanti ed auguro a tutti voi un proficuo dibattito.
Vi ringrazio.
IL MINISTRO
Paola Severino