Anno giudiziario 2009 - Intervento del ministro della giustizia, Angelino Alfano presso la Corte Suprema di Cassazione

Roma, 30 gennaio 2009


Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente del Senato;
Signor Presidente della Camera;
Signor Presidente del Consiglio dei Ministri;
Signor Presidente della Corte Costituzionale;
Sig. Presidente emerito della Repubblica (Scalfaro);
S. Eminenza Cardinal Vallini;
Sig. Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura;
Rappresentanti delle Istituzioni Civili e Religiose,
Sig. Presidente della Suprema Corte di Cassazione,
Sig. Procuratore Generale;
Sig. Presidente del Consiglio Nazionale Forense;
Magistrati tutti,
Signori Avvocati,
Dirigenti e dipendenti tutti del Ministero della giustizia,
Autorità, religiose civili e militari,
Signore e Signori

Per la prima volta, da Ministro della Giustizia, ho l’alto onore di prendere la parola in quest’Aula, Tempio del diritto e simbolo della giustizia italiana.

Desidero, anzitutto, ringraziare pubblicamente il Signor Presidente della Repubblica, Capo dello Stato, Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura e garante dell’unità nazionale, per le parole di saggezza istituzionale che ha avuto modo di pronunziare, anche in questi ultimi mesi, in materia di giustizia.
La ringrazio pubblicamente, signor Presidente – oggi più di ieri – per la preziosa opera svolta quale irrinunciabile punto di riferimento istituzionale.
Ho ascoltato con particolare attenzione la relazione del Signor Presidente della Corte, che ci consegna un’analisi sobria e lucida in questa Udienza solenne, che va considerata non una semplice cerimonia, ma un’importante occasione di verifica e confronto sull’attuale stato del servizio giustizia nel nostro Paese oltre che un fecondo contributo di idee.

I dati esposti presentano ancora una volta un bilancio gravemente deficitario in linea di massima sovrapponibile a quello degli scorsi anni.

Non aggiungo nulla agli eloquenti dati forniti dal Presidente Carbone se non una considerazione: dietro ciascuno di quei processi, dietro ciascuno di quei fascicoli vi è almeno una persona.
Vi è una vittima del reato che aspetta giustizia, vi è un cittadino che ha posto allo Stato una istanza di giustizia e attende una risposta.
Ecco perché i numeri dicono tanto ma non dicono pienamente della sofferenza che una giustizia negata provoca.
Il quadro delle inefficienze e dei ritardi del sistema giudiziario Italiano che abbiamo appena ascoltato sembra assumere le vesti di un inestricabile nodo gordiano. Una matassa che, nell’impressionante mole dei procedimenti pendenti, ha determinato un insostenibile debito giudiziario dello Stato nei confronti dei cittadini.

Eppure così è, sebbene non dovrebbe essere.
Lavoreremo, dunque, perché così non sia più.

Recuperare efficienza, credibilità e fiducia nel sistema giudiziario italiano è una questione vitale per la democrazia, un vero e proprio imperativo categorico per tutte le istituzioni.
Il livello di inadeguatezza raggiunto dalla macchina giudiziaria non permette più di concentrarsi per il superamento di questa o quell’altra emergenza.
Necessita un approccio di sistema ed è quello che stiamo coltivando.

Qui, infatti, si tratta di recuperare la dignità giudiziaria del Paese in quanto tale.

Per tali ragioni, investiti delle responsabilità che il popolo sovrano ci ha assegnato, non intendiamo rassegnarci alla catastrofe annunciata da tante Cassandre.

Possiamo e dobbiamo consegnare a tutto il Paese un sistema giudiziario efficiente, equo, in grado di distribuire con tempestività i torti e le ragioni delle parti itiganti; in grado di proteggere adeguatamente i cittadini dalle grandi aggressioni della criminalità organizzata ma anche dalle insopportabili violenze quotidiane.

In questo luogo, meglio che in qualsiasi altro posto, ben si può dire che non c’è democrazia senza diritto così come non c’è civiltà senza giustizia.

La conservazione dell’esistente non è, dunque, più ipotizzabile ed è confortante constatare che ciò, ogni giorno che passa, diventa patrimonio comune di tutti i cittadini.

L’obiettivo è anzitutto quello di ridare con urgenza dignità alla giustizia civile, individuando le opportune soluzioni per eliminare il gigantesco macigno dei procedimenti arretrati per poi avviarsi ad un regime di ragionevole durata che non può più attendere oltre.
Per troppo tempo la giustizia civile è rimasta la sorella povera del sistema giudiziario a causa dello straordinario ed assorbente impatto mediatico esercitato nell’opinione pubblica dal processo penale. Il processo civile, ne siamo convinti, non esercita presso la grande stampa ed anche presso alcuni segmenti dell'opinione pubblica la suggestione del processo penale che, occupandosi delle libertà personali, produce emozioni e passioni.
Ciononostante, abbiamo ritenuto di cominciare la nostra agenda giustizia dal processo civile in quanto esso è lo scrigno che custodisce e protegge tanto i diritti della persona, quanto le libertà economiche, quei diritti e quelle libertà così ben garantite dalla prima parte della nostra Costituzione ed il cui effettivo dispiegarsi spesso trova la necessità di un intervento giurisdizionale.
D’altra parte la giustizia civile medesima è uno degli elementi del ranking, dell’affidabilità internazionale, dell’attrattività internazionale degli investimenti per un Paese.
Per tali ragioni il Governo ha varato un importante progetto di riforma della giustizia civile con l’obiettivo di accelerare i processi e semplificare i riti. La riforma è già stata approvata dalla Camera ed è all’esame del Senato.

Quanto al settore penale, stiamo lavorando ad un diritto processuale autenticamente giusto, rispettoso al contempo delle esigenze investigative e della dignità della persona, soprattutto se estranea all’investigazione e, tuttavia, coinvolta in quella che troppo spesso diventa una gogna mediatica tanto invincibile quanto insopportabile.
Stiamo lavorando affinché il processo sia rapido e sia giusto, consapevoli che un processo giusto con una sentenza tardiva è comunque ingiusto.

Per converso, un processo rapido ma che non abbia in se – effettivamente – tutte le garanzie del giusto processo, non può che approdare anch’esso ad una decisione ingiusta.
Stiamo lavorando ad un sistema che sappia individuare i magistrati chiamati a dirigere gli uffici per le specifiche attitudini organizzative e per le autentiche capacità gestionali.

Per fare funzionare la giustizia occorre illuminare con luce nuova l’art. 110 della Costituzione che assegna “… al Ministro della giustizia l’organizzazione ed il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”.

Occorre ripristinare il binomio potere/responsabilità in riferimento al rapporto tra Governo e magistrati. Ancor più specificatamente tra il Ministro, evocato nell’art. 110 della Costituzione, e la magistratura. Non si può chiedere, cioè, al Ministro della Giustizia di essere responsabile del servizio giustizia senza che lo stesso abbia potestà organizzative effettive, seppur senza mai violare il sacro recinto dell’autonomia della giurisdizione. Un potere del governo senza una sua responsabilità sarebbe inaccettabile, ma una responsabilità senza potere sarebbe sommamente ingiusta e, alla lunga, foriera di gravissimi squilibri costituzionali.

Nessuno tema che ciò possa costituire un surrettizio strumento per una qualche forma di controllo dei magistrati, poiché consideriamo inviolabile il perimetro della giurisdizione nel quale i magistrati svolgono – in assoluta autonomia ed indipendenza – la loro funzione.
Ma il punto è che l’autonomia e l’indipendenza non possono scindersi dall’efficienza del servizio che i magistrati devono rendere ai cittadini e che questa efficienza deve essere non soltanto tempestivamente verificata ma anche supportata da un efficace modello organizzativo del servizio.

In questa prospettiva, si collocano i nostri programmi di innovazione digitale.
Si tratta di interventi che faciliteranno la comunicazione tra avvocati, cittadini, imprese e uffici giudiziari attraverso l’uso di internet, in condizioni di piena sicurezza sia esterna che interna al sistema, utilizzando quanto di meglio offre oggi la tecnologia della protezione dei dati informatizzati.

Inoltre, attraverso altri progetti (c.d. best practices e C.A.F.) coltiviamo l’ambizione di diffondere le migliori formule organizzative affinché le pratiche più virtuose diventino prassi quotidiana di tutti gli uffici giudiziari.

Ciò premesso, la qualità dell’uditorio rende superfluo fare specifici cenni sugli interventi normativi già varati.

Mi siano però consentite due eccezioni: mi riferisco innanzitutto all’immediata risposta del Governo al problema della copertura delle sedi disagiate.
Siamo fiduciosi che gli incentivi, anche economici, garantiti dalla nuova normativa possano stimolare adeguatamente molti magistrati ad accettare l’idea che il Paese ha necessità della loro opera nelle sedi meno ambite, ove proprio l’esperienza professionale già maturata consente di meglio affrontare le gravi emergenze di quei circondari.

In secondo luogo, voglio ricordare gli incisivi interventi in materia di legislazione antimafia che – avviati con decreto già nel primo Consiglio dei Ministri – sono stati ulteriormente rafforzati in sede di conversione parlamentare e vedranno il loro completamento con l’approvazione del disegno di legge in materia di sicurezza in discussione al Senato.
Si tratta, senza tema di smentita, del più significativo intervento di contrasto alla criminalità organizzata da almeno tre lustri.
Al centro del sistema vi è la ferma volontà di aggredire – ovunque si nascondano – i patrimoni mafiosi.

Un ulteriore cambio di passo, che ha già preso l’avvio, è quello relativo al controllo della spesa, azione questa oggi vieppiù imprescindibile, attesa la progressiva contrazione delle risorse disponibili.

In questa direzione, un cospicuo recupero di risorse finanziarie ci aspettiamo dal Fondo Unico Giustizia che abbiamo potenziato, ampliato e modificato in modo da garantirne la funzionalità.
Dopo questa prima fase di rodaggio, a regime, questo razionale sistema di utilizzo delle risorse finanziarie, che la stessa attività giudiziaria produce, metterà finalmente a disposizione della Giustizia notevoli risorse sino ad oggi ingiustificatamente non utilizzate.
Attraverso tali risorse contiamo di procedere alla nuova configurazione delle aree professionali di appartenenza del personale, con la conseguente doverosa valorizzazione delle specifiche professionalità acquisite.
Siamo infatti consapevoli che la riforma della giustizia passa anche per la ritrovata motivazione dei lavoratori del settore.

Quanto alla materia penitenziaria, è noto come l’imminente esaurimento dei livelli di capienza massima sostenibile dalle strutture carcerarie impone l’adozione di misure straordinarie.
Al riguardo, nel Consiglio dei ministri del 23 gennaio 2009 si è proposta l’adozione di misure acceleratorie dei procedimenti amministrativi per realizzare nuove carceri, perché la politica di governo di contrasto alla criminalità organizzata non trovi un freno nella scarsa capienza degli istituti di detenzione e per assicurare una migliore condizione di vita della popolazione detenuta.
Siamo infatti consapevoli che una persona può essere privata della libertà, ma mai della sua dignità di uomo.

Vi è, poi, un nemico non convenzionale ed occulto della giustizia.
È un nemico che stiamo combattendo con le armi della fiducia e, talvolta, dell’entusiasmo.
Questo nemico è la rassegnazione. La rassegnazione all’inefficienza, la rassegnazione alle polemiche, la rassegnazione allo status quo.
Per questo mi permetto di ricordare ai magistrati che le polemiche sui rapporti tra politica e magistratura, così come le pur stimolanti discussioni sugli assetti costituzionali ed ordinamentali suscitano l’interesse degli addetti ai lavori, ma non sempre coinvolgono quel popolo italiano nel cui nome ogni giorno, tra mille difficoltà che nessuno intende negare, voi amministrate la giustizia pronunciando le vostre decisioni.

Così come mi permetto di ricordare agli avvocati che anche da loro il Paese si attende un generoso contributo.
Sono consapevole, infatti, che senza la vostra collaborazione le notifiche on line, il processo civile telematico, la dematerializzazione del fascicolo processuale penale, il rilascio di copie in forma digitale, diventerebbero obiettivi difficilmente raggiungibili.

Il cittadino utente è primariamente interessato ad ottenere una risposta in tempi ragionevoli alla sua istanza di giustizia, a non subire ingiuste intrusioni nel sacro recinto della sua persona e nella sua vita privata (se non in casi eccezionali, sulla base di ragioni serie e motivate), a vedersi riconosciuto colpevole o proclamato innocente al termine di un processo che gli offra adeguate garanzie sostanziali ed effettive.
Certo il compito è arduo e come sempre soltanto una leale collaborazione tra tutte le istituzioni, soltanto un grande lavoro di squadra, potrà superare le difficoltà tecniche ed anche quelle politiche che si frappongono al raggiungimento di questi così ambiziosi risultati.

Una squadra coesa di cui fanno parte i Magistrati, gli Avvocati, il personale amministrativo, le Forze dell’Ordine, il Parlamento, il Governo.
Una squadra che si chiama Stato, una squadra ove non è accettabile che ciascuno giochi soltanto per sé stesso o peggio, manifesti preconcetta sfiducia verso gli altri protagonisti della partita.
Occorre guardare tutti insieme al bene del Paese, che – ricordiamolo – è il Paese di Irnerio e Beccaria, di Mortati e Carnelutti, di Saetta e Livatino.

Miglioriamo, dunque, la giustizia, facciamolo insieme.

Miglioreremo l’Italia.

Vi ringrazio.

aggiornamento: 30 gennaio 2009