ARCHIVIO - Inaugurazione anno giudiziario 2016 - Intervento del ministro Andrea Orlando alla Corte Suprema di Cassazione

Signor Presidente della Repubblica, signori Presidenti del Senato e della Camera, signor Presidente della Corte di Cassazione, Autorità, signore e signori,

Il rituale che il Primo Presidente ci esorta ad evitare vorrebbe che ringraziassi in modo generico la Suprema Corte per il ruolo cruciale esercitato nell’ambito della giurisdizione.

Non voglio correre questo rischio e intendo per questo manifestare specificamente riconoscenza per l'azione svolta nel tempo da questa Corte nella promozione dei diritti civili e delle libertà fondamentali. Erroneamente, in questi casi, si è parlato di supplenza nei confronti della politica.

In verità, l’azione giurisdizionale non è altro che la traduzione in concreto di principi contenuti nella Costituzione, frutto dell’attività della politica, o nella Convenzione dei diritti dell’uomo, alla cui elaborazione la politica ha contribuito e alla quale ha scelto di aderire.

La Corte ha piuttosto mitigato i ritardi nel trarre le dovute conseguenze da quei principi. L’attività del giudice, quella di applicare la legge al caso concreto, non può sottrarsi, infatti, al cambiamento. Il riconoscimento di nuovi diritti è appunto questo: l’applicazione di principi fondamentali ad una società che è cambiata.

La presunta supplenza si determina quando la politica non sa fare altrettanto.

Questo prezioso esercizio di attuazione di principi enunciati dal costituzionalismo moderno evidenzia ulteriormente l’interesse generale a garantire la piena autonomia della magistratura.

È il costituzionalismo moderno la trama più robusta che tiene insieme e qualifica la civiltà giuridica europea.

Con orgoglio possiamo dire anzi che l’Unione Europea è tuttora la regione del mondo in cui più ampio e più protetto è lo spazio incomprimibile dei diritti fondamentali.

Per questo è il bersaglio di tutti i fondamentalismi e gli oscurantismi.

Per questo va scongiurata ogni contrapposizione tra diritti sociali e diritti civili, tra fedi religiose e fedi politiche, tra credenti e non credenti. E va così evitata la lacerazione del tessuto dei rapporti giuridici da cui dipende la nostra libertà.

Il significato politico e ideale di Schengen sta qui. E non possiamo assolutamente rinunciarvi.

La relazione del Presidente fornisce un quadro rigoroso ed accurato. Lo ringrazio e colgo l’occasione per rivolgere a lui e al Procuratore Generale i più fervidi auguri di buon lavoro.

I numeri sono numeri. Non dicono tutto ma parlano chiaro. Quelli complessivi su cui riflettiamo quest’anno sono positivi. Si può discutere sulle ragioni di questi progressi. Se ne può attribuire l’origine al fato, come è stato fatto nel dibattito parlamentare, ma non ci si può nascondere che su fronti assai critici oggi si può lavorare in condizioni decisamente migliorate.

L’indice di sovraffollamento delle carceri è calato dal 131% al 105%.

I detenuti, due anni fa, erano 62.536; sono, al 31 dicembre 2015, 52.164.

I detenuti in attesa di primo giudizio erano, al 31 dicembre 2013, 11.108. Oggi sono 8.523.

Le persone ammesse all’esecuzione penale esterna sono passate da 21.494 a 39.274.

Il processo civile telematico è a pieno regime e costituisce un’eccellenza del nostro Paese.

A fine 2015, il contenzioso civile è sceso a quota 4 milioni e 200 mila, e dovrebbe calare ulteriormente a meno di 4 milioni, a fine 2016. Ciò senza comprimere il diritto di difesa dei cittadini e mantenendo il nostro Paese tra quelli con il più basso costo di accesso alla giustizia nell'ambito dell'Unione.

Lo scorso anno, in quest’aula, indicai la necessità di potenziare e valorizzare il personale amministrativo.

Sono state quindi intraprese attività di reclutamento e di riqualificazione attese da più di vent’anni.

Nel prossimo biennio saranno assunte, anche grazie alle procedure di mobilità, più di 4000 unità di personale; 593 hanno già preso servizio presso gli uffici giudiziari.

So che si tratta di un primo passo, ma so anche che è il primo ad invertire una tendenza che pesa sul servizio da un quarto di secolo.

La struttura del Ministero è stata investita da un profondo processo di riorganizzazione. I processi riformatori in atto sono sostenuti da più adeguate risorse finanziarie, superando così, mi auguro definitivamente, la retorica delle riforme a costo zero.

Per gli interventi programmati possiamo contare su risorse aggiuntive che superano il miliardo di euro.

Il Ministero ha assunto inoltre la gestione diretta di fondi europei.

Quest’anno è stato varato l’Ufficio per il processo, una rivendicazione di antica data della magistratura, che trova ora una prima attuazione.

È nostra intenzione – raccolgo la sollecitazione del Presidente Canzio – puntare alla sua costituzione mediante il ricorso al tirocinio di giovani laureati anche negli uffici di legittimità.

Ciò potrà contribuire a sostenere l’ambizioso programma di innovazione illustrato nella relazione del Primo Presidente, un potenziale riferimento per il funzionamento di tutti gli uffici.

Entro il prossimo biennio mille nuovi magistrati entreranno nelle sedi giudiziarie.

Un processo di rinnovamento investe dunque anche la magistratura italiana.

Si sta rompendo il tetto di cristallo che impediva alle donne l’accesso alla guida degli Uffici giudiziari. Dobbiamo andare avanti su questa strada partendo dal dato che vede ormai un sostanziale equilibrio di genere nella composizione della magistratura. E per questa azione voglio ringraziare sentitamente il Consiglio superiore della magistratura.

È in atto una riflessione approfondita, affidata a due Commissioni da me istituite – sull’ordinamento giudiziario e su struttura e funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura – che considero coerente con le iniziative di autoriforma che lo stesso organo di autogoverno si appresta a varare.

I lavori delle due Commissioni sono ormai in dirittura d’arrivo.

Vogliamo continuare, quindi, a cambiare, innovando profondamente l’assetto del sistema giudiziario.

L’anno trascorso ha visto poi proseguire il dialogo con l’avvocatura, il cui profilo professionale sta mutando nell’ottica della specializzazione.

Il confronto non potrà che infittirsi, spero anche con maggiore serenità ed equilibrio, dal momento che questo è l’anno della entrata a regime di tutta la riforma del sistema forense.

Grazie dunque all’impegno di tutti i soggetti che collaborano alla giurisdizione raccogliamo frutti di cui voglio dar conto.

Col nuovo datawarehouse della giustizia civile, il Ministero dispone oggi di uno strumento per la riduzione dell’arretrato civile e per le politiche di allocazione delle risorse.

Il decremento degli affari rende possibile l’obiettivo di una conseguente riduzione della mole di processi che grava sulla Cassazione, consentendole di esercitare in pieno la funzione nomofilattica.

Un ruolo irrinunciabile. Tanto più in un’epoca in cui i compiti della giurisdizione si fanno sempre più complessi.

In questo quadro, l’opera a cui la Corte si accinge, può davvero concorrere ad aprire un nuovo corso, su cui il Governo confida, ed al quale offrirà ogni opportuno sostegno.

Il processo di innovazione è sostenuto dall’informatizzazione del servizio giustizia. Il Ministero investe 150 milioni di euro: il doppio dello scorso anno, il triplo rispetto al 2012.

Il processo civile telematico in Cassazione, come ha ricordato il Primo Presidente, partirà il prossimo 15 febbraio. Si tratta di un passaggio cruciale anche per le interpretazioni sulle ricadute processuali che la Suprema Corte saprà offrire.

Ricordo anche la decisione di rendere permanenti i meccanismi di incentivazione fiscale della negoziazione assistita e dell’arbitrato.

Il recupero di efficienza della giustizia civile è affidato inoltre al disegno di legge delega all’esame del Parlamento, che mi auguro sia rapidamente approvato.

Esso mira a rendere più lineari, spedite e comprensibili tutte le fasi del processo, sino al giudizio di legittimità.

Ma punta anche a istituire sezioni specializzate per la famiglia e a consolidare la specializzazione del tribunale delle imprese.

Altri incisivi interventi di riforma sono in itinere.

Mi riferisco alla ridefinizione dello statuto della magistratura onoraria e alla revisione organica, ormai indifferibile, delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza.

Pari impegno riformatore è stato dedicato al penale.

I dati attestano un quadro di sostanziale stabilità dei procedimenti pendenti: 3.467.896 al 30 giugno 2015. Il dato relativo alle prescrizioni, pur attestandosi ai livelli dello scorso anno, rimane però preoccupante.

Il sistema processuale penale ha bisogno di una cura deflattiva.

Da qui gli interventi relativa alla particolare tenuità del fatto e alla depenalizzazione di alcune fattispecie criminose, ormai prive di apprezzabile disvalore penale.

La depenalizzazione è complementare al rafforzamento della repressione dei delitti più gravi, contro la criminalità economica e la corruzione, alla cui lotta intendiamo continuare a dedicare tutte le nostre forze.

Ci conforta l’apprezzamento dell’ONU per le misure introdotte, a partire dal rafforzamento dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Peraltro, nella percezione del fenomeno cominciano a registrarsi timidi segnali positivi come traspare dai rapporti internazionali.

Il delitto di concussione è stato esteso agli incaricati di pubblico servizio. Sono state inasprite le pene accessorie in caso di condanna per reati contro la pubblica amministrazione. Sono stati adottati meccanismi premiali per chi collabora con la giustizia ed è stato introdotto il nuovo istituto della riparazione economica. È stato ridefinito il reato di falso in bilancio, per eliminare zone d’ombre e aree di impunità. È stata varata una disciplina organica degli eco-reati, attesa da circa molto tempo.

Con la delega contenuta nella riforma del penale che mira a restituire centralità al codice vogliamo ridefinire il perimetro della legge penale, dare ad essa sistematicità e piena conoscibilità contrastando un utilizzo di essa meramente simbolico e populistico. È per questo che ci adopereremo nel quadro di una ridefinizione delle regole che disciplinano il fenomeno migratorio per il superamento del reato di immigrazione clandestina.

Nuovi motivi di inquietudine, nuove insidie alla sicurezza e alla libertà delle persone vengono purtroppo dalla minaccia terroristica.

Il rafforzamento, mai sufficiente, della cooperazione giudiziaria che sosteniamo con determinazione e l’introduzione di nuove fattispecie di reato non hanno comportato un indebolimento del sistema dei diritti e delle garanzie.

Lo scorso anno ho annunciato l’avvio del percorso degli «Stati generali dell’esecuzione penale».

Quel percorso è stato positivamente intrapreso e ora volge al termine. Ha avuto circa duecento tra esperti, rappresentanti di associazioni, operatori del settore, che hanno partecipato, e si è aperto a forme diverse e innovative di consultazione pubblica, nella convinzione che una più matura attenzione debba essere richiesta anche alla società nel suo insieme.

L’obiettivo ultimo è superare un sistema anacronistico, che identifica troppo sbrigativamente la sanzione penale con la reclusione in carcere ed una legislazione che affida al carcere problemi che il carcere non può risolvere.

Puntiamo ad ampliare e potenziare il ricorso a sanzioni diverse, percorsi di messa alla prova e di esecuzione di misure alternative che, pur mantenendo la fisionomia di sanzione, siano in grado di accompagnare il ritorno nella società di chi ha sbagliato.

Autorità, Signore e Signori, non mi nascondo affatto che le situazioni critiche non mancano, perché, come dicevo, i numeri non dicono tutto.

Trovo anzi che sia necessario rilevarle per essere credibili nell’opera di cambiamento che abbiamo avviato.

Le misure introdotte sono tutte volte ad affermare giustizia, rendendo effettivo ed efficace l’esercizio della giurisdizione.

Allo stesso tempo, ci imbattiamo ancora troppo spesso in situazioni difficili nei nostri istituti penitenziari, o in vuoti di organico e carenze infrastrutturali, o ancora in cattive pratiche, quando in non veri e propri casi di malaffare, perfino, come ha ricordato il vice Presidente del Consiglio superiore della magistratura, in delicatissimi uffici giudiziari, che rischiano di vanificare gli sforzi compiuti con dedizione dalla stragrande maggioranza del personale che serve la giustizia.

Ho cercato tuttavia di trasmettere il senso della direzione di marcia intrapresa e dei risultati raggiunti.

Il fine è la tenuta ed anzi l’irrobustimento delle istituzioni pubbliche.

Fenomeni di portata globale mettono in crisi il profilo stesso dello Stato. Troppo spesso però gli osservatori di questa fenomenologia mancano di rilevare che lo Stato costituzionale di diritto è l’unico ambiente nel quale sia cresciuto un ordinamento di carattere democratico. Averne cura, aver cura della Repubblica – uso le parole del Presidente Mattarella – è dunque il nostro primo e assoluto dovere. Un dovere che non può consistere in un atteggiamento statico. In tempi di tumultuosa evoluzione le istituzioni che non sanno adeguarsi alle domande della società rischiano una repentina perdita di senso. Il cambiamento non è dunque fine a se stesso. È la condizione per incidere nella contemporaneità. Ciascuno nella differenza dei ruoli e persino delle opinioni è chiamato ad assumersi la responsabilità di parte di questa sfida abbandonando ogni pigrizia, mettendo in discussione ogni rassicurante certezza, sottoponendo al vaglio della critica ogni paradigma.

Un clima diverso rispetto al recente passato ci aiuta. Ma so che non basta. So che siamo soltanto all'inizio. So che in un contesto come quello della giurisdizione per troppo tempo diviso, e per questo pervaso da molte diffidenze, occorre un supplemento di coraggio e di fiducia che può essere solo il frutto di uno slancio comune, di cui la Suprema Corte, sono certo, sarà protagonista essenziale.

IL MINISTRO
Andrea Orlando

aggiornamento: 28 gennaio 2016